Scrivo queste righe con poche ore di sonno e tanta adrenalina in corpo. Ieri ho guidato 14 ore: tante, anche per me a cui piace guidare. L’ho fatto per andare a prendere un’automobile d’epoca che ho deciso di comprare, di regalarmi. Il viaggio di ritorno l’ho fatto a bordo del mio nuovo acquisto, 7 ore in compagnia dei miei pensieri e dell’assordante e conciliante rombo del motore.
Nel mio libro “L’orribile gioco” ho voluto dedicare un interno capitolo al mio rapporto con le macchine e a tutto ciò che rappresentano per me: sfogo, gioco, libertà. Cinicamente concludevo che per poter avere l’automobile dei miei sogni (e per potermela godere senza preoccupazioni o pensieri) avrei dovuto essere ricco. Oggi ho un’automobile che ho sognato per tanto tempo. Sono dunque ricco?
La domanda nella mia testa non può trovare risposta solo guardando il conto in banca. La sola parola “ricco” ha attivato e attiva tutta una serie di ramificazioni e di significanti che prescindono il mero conto dei denari. Libere associazioni su “ricco”: privilegiato, lusso, incosciente, falso, sbagliato, vergogna. Giovanni Verga.
Non ho mai letto per intero “I Malavoglia”, mi sono limitato a spiluccare la selezione che il mio libro di italiano del liceo offriva. Poche pagine che tuttavia sono state sufficienti per farmi andare di traverso “l’ostrica” e tutte le dissertazioni a riguardo. L’ostrica è il concetto cardine di quest’opera di Verga: proprio come questo mollusco sopravvive solo e unicamente se rimane attaccato al suo scoglio, senza cambiare, senza muoversi, allo stesso modo l’essere umano rimane al sicuro se rimane nel suo mondo, nel suo orizzonte culturale e sociale, specialmente se nasci in situazioni già difficili di loro, proprio come la famiglia di pescatori protagonisti del suo romanzo. Accetta il tuo destino e abbassa la testa, altrimenti inciampi. Chissà se Carl Rogers, vate della terapia centrata sul cliente e sul concetto che ogni essere umano punta naturalmente alla sua piena autorealizzazione, abbia mai letto questo libro.
Nell’ora prima di vedere la macchina mi sono completamente ammutolito. Un’espressione si è pietrificata sul mio viso e non era di gioia: labbra strette, fronte corrucciata. Una sola frase nella mia testa: ma che sto facendo? Sento gli occhi inumidirsi, mi sento trascinato per i piedi a fare qualcosa che mi spaventa, ma se mi giro e alzo lo sguardo vedo che a tirare sono io stesso. Il mio scoglio è freddo e offre calore, è scomodo e offre riparo, è buono ed è cattivo. La macchina si avvicina. Lo scoglio si allontana.
Una settantina di anni dopo la pubblicazione dei “Malavoglia” Steinbeck approccia diversamente la questione della scalata sociale nel suo romanzo breve “La perla”. Casualità vuole che sempre di pescatori di parli: in questo caso, di perle. Il protagonista ne troverà di enorme valore e questo incidente straordinario sconvolgerà per sempre la sua vita e quella familiare. Differentemente alla famiglia Toscano/Malavoglia però, Kino e sua moglie non abbassano la testa di fronte a un mondo che li vuole immobili al loro posto: pianificano, partono, combattono.
La macchina oggi è in garage, abbiamo fatto il primo viaggio insieme. Chilometri e chilometri, risate e sorrisi. Ieri ho scelto un nuovo strumento per la mia battaglia all’infelicità. Domani, quando vestirò i miei panni da psicologo, mi farò strumento del loro percorso alla felicità, chiunque essi siano, qualunque sia lo scoglio di partenza.
“I choose to be happy.”
“Let It Go”, Boxer Rebellion, 2016